
Visto ieri.
Il film è ispirato da un romanzo di Douglas Kennedy e narra di un uomo che, dopo varie vicissitudini, è costretto a partire e riscopre una passione per la fotografia sacrificata in nome dei soldi e di una famiglia alla fine non troppo felice.
L'inizio del film prende e non poco. Romain Duris ha davvero la faccia perfetta per rappresentare un avvocato francesino tutto soldi e finto benessere.
Il rapporto con la moglie tutt'altro che perfetto ed un trovarsi schiacciato tra il suo bisogno di attenzioni e il vivere il mondo esteriore rende il personaggio molto credibile. chiunque può riconoscersi.
Dopo la prima parte a parer mio davvero notevole il film scivola nel noioso, nella pretensione di mostrare la passione per la fotografia in un modo molto, forse troppo, didascalico.
Mostrare l'amore di un uomo per le immagini attraverso il grande schermo può essere difficile, penso però che la prima cosa da evitare sarebbe proprio quella che il regista fa: mostrare per venti e passa minuti l'uomo intento a fare scatti con la macchinetta al collo.
A dir la verità non so quanto lunghe siano state le scene ma al cinema si va con l'orologio a sensazione, e la durata di quelle scene la paragonerei alla durata di dieci semafori rossi di fila quando si è di fretta per un appuntamento. Insomma tante altre cose avrebbero potuto essere mostrate.
Un paio di quei semafori avrebbero potuto essere usati per raccontare ed approfondire la vita e le relazioni genuine di quest'uomo con la gente del villaggio (in particolare con Bartolomé), in una Serbia bellissima e dimenticata.
Questo crea una certa distanza tra il film e il pubblico, che invece avrebbe bisogno di essere molto preso per "vivere" tutte le emozioni di un finale che così lascia l'amaro in bocca.
Il regista vuole prendere per mano lo spettatore (e questo è un bellissimo obiettivo), ma lo fa spiegandogli quello che vede, scrivendo i sottotitoli ad un dialogo il cui significato dovrebbe solo essere immaginato. In cui ognuno deve ritrovare la propria "passione", immaginare cosa proverebbe nel dover perdere tutto per non perdere l'unica cosa veramente propria.
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